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    2008/02/22

    Ritrovati-1

    Certo che è incredibile cosa ci si riesca a dimenticare in giro per la Rete. Ma tutto fa parte della sorte, che si tratti di un disegno superiore o semplicemente della nostra memoria che spesso ci supera. Rimane il fatto. Avevo abbandonato sei racconti su un server dimenticato, chissà poi per quale motivo. Appartengono a due serie distinte, ma non mi voglio dilungare. Li riproporrò in ordine rigorosamente sparso, di tanto in tanto. Ecco il primo.

    "Era Primavera. Una primavera che sarebbe potuta appartenere a qualunque momento della vita di chiunque. Era Primavera. Un’istante in una vita, sospeso fra le alchimie di profumi, e luci e rumori che rinascono da un passato più antico dei ricordi.

    Le circostanze che mi portarono li dov’ero appartengono ad altri momenti a a vite altrui, che nemmeno più rammento come sarebbe giusto fare e che comunque molto poco hanno a che vedere con quanto accadde in seguito.

    Ricordo solo, prima, un freddo non conseguente dal clima, e un senso come di placido abbandono, una rassegnazione più forte e meno dolorosa della semplice delusione. In quel momento ero perso, non solo nei meandri delle mie più intime riflessioni, ma anche nella magia del paesaggio che andava intorno a me risvegliandosi dopo una notte di meritato riposo.

    Era Primavera. Non conoscevo da lungo tempo il riposo delle notti tiepide e calme, e il mio cuore temeva che, così com’era stato privato dei sogni, un giorno sarebbe stato privato anche della possibilità di immaginarsi altrove. Ma era primavera, e i dolci e tiepidi profumi della natura mi circondavano, instillando in me un torpore che la natura del mio corpo, coadiuvata da una serie di vicissitudini, non mi concedeva da lunghissimo tempo.

    Passeggiavo senza alcuna meta né scopo nel lucore di un giorno nascituro, forse con un angolo di anima proteso verso lo spuntare della luce, forse nella semplice attesa di una nuova distrazione per posticipare ancora il momento della resa dei conti fra me e me.

    Era primavera, e giunsi nei pressi del ruscello in quel momento magico in cui il Sole illumina l’aria ma non le cose sulla terra, l’ultimo momento in cui sembra capire chi realmente è meritevole della sua luce, prima di dimostrare ancora la sua immensa generosità e donare se stesso anche a chi non è in grado di comprenderlo.

    Mi sedetti ad osservare lo scorrere brioso delle acque, a meravigliarmi ancora una volta per il semplice e maestoso spettacolo degli elementi al lavoro. Il lieto scorrere delle acque dispone sempre il mio animo in una inclinazione particolare, propensa alla riflessione e alla contemplazione. La semplice osservazione del fluire del nobile liquido ha su di me un’azione quasi tantrica, ipnotica per alcuni aspetti, e di certa e primitiva fascinazione.

    Era primavera. Non so immaginare sotto l’influsso di quale alchimia di elementi e sensazioni fosse il mio spirito, o se il mio stato fosse causa di un inaspettato riflusso della mia volontà, o di una recondita deliberazione dovuta ad un angolo diverso da quello che smaniava il sole. Ma in un modo che mi è ignoto scivolai da una placida ma consapevole contemplazione verso rotte più lontane dell’inconscio. Non che la mia consapevolezza venisse meno, o che il mio pensiero prendesse la piega dei sogni. Semplicemente il mio sguardo si fissò su di un punto in particolare del ruscello, nel quale lo scorrere delle acque si rifrangeva contro una piccola roccia, dividendosi e ringiungendosi oltre la pietra con un piccolo gorgo.

    In quel punto l’acqua sembrava avere una trasparenza particolare, e il frangersi della corrente creava una sorta di pellicola sulla roccia, che a volte si ritirava quasi fino al livello della corrente, altre sembrava quasi sorpassare ed inghiottire il lieve ostacolo.

    “Scorri acqua, scorri” mi ritrovai a ripetere dentro di me quasi senza rendermene conto. Un’antica memoria, un istinto di adorazione più antico della logica e della conoscenza. Una manifestazione infantile, un gesto del puro istinto che trovava nella parola, sublimazione dell’intelletto, la sua espressione. Ben presto questa semplice frase divenne tutt’uno con l’elemento, con il fluire delle acque, con lo sciabordio delle onde del mare che mi pareva di percepire anche se distanti oltre l’immaginabile, con la pioggia che presto sarebbe arrivata, con il formarsi della rugiada e con il lento susseguirsi di geli e disgeli. “Scorri acqua, scorri”. Ora il mio occhio guardava ancora il punto in cui l’avevo abbandonato, ma la mia vista si perdeva e si rivolgeva all’immaginazione per avere altre immagini.

    Era Primavera. E in quel momento eravamo una cosa sola, nell’immaginazione di cose che avevo visto ma non capito, e che ora raggiungevano la mia coscienza nonostante gli ostacoli, così come l’acqua arriva dove si è prefissa, malgrado gli impedimenti, gli scogli e le barriere. Così il mio pensiero, così le mie riflessioni.

    “Scorri acqua, scorri”. Vedevo maree, il frangersi delle onde sugli scogli, lo scroscio di una pioggia di primavera, vedevo il superamento di ogni scoglio o roccia o ostacolo, vedevo il dolce abbandono della corrente che abbraccia e lambisce le difficolta, semplicemente ignorando rocce, massi e dighe, o fermandosi per raccogliere la forza necessaria a superarle.

    “Scorri acqua, scorri”. Vedevo L’impeto della corrente purificatrice, la forza dei gorghi e delle alluvioni che lasciavano dietro di loro solo ciò che davvero può resistere, il potere purificatore al limite della distruzione. Molto l’acqua sradicò con il suo passaggio, ma molto rimase.

    Era primavera. D’un tratto la vista non fu più sola nel suo viaggio, e il mormorio della corrente fu nelle mie orecchie, come se fosse emerso in quel momento, come se il ruscello fosse stato muto fino ad allora, in attesa dell’istante opportuno per fare sentire la sua voce.

    Il dolce e placido sciacquio mi raccontava di luoghi lontani e di luci e di momenti come quello, di persone infinitamente lontane che, come me, si abbandonavano alla contemplazione delle acque, in un istante sospeso fra l’introspezione e la trascendenza. Mi venne raccontato di amanti che fissavano le acque nei lunghi pomeriggi estivi, cercando in lei il coraggio per la fatidica domanda, di un uomo, molto più a nord, che più di una volta fissò le acque chiedendosi se fosse il momento per un ultimo tuffo liberatorio. Mi venne raccontato del vecchio vicino al mare che ogni giorno della sua vita, alla stessa ora, porta il suo saluto agli amici marinai che riposano nelle acque più profonde.

    “Scorri acqua, scorri”. Mentre la voce mi raccontava di tutto questo, il punto in qui il mio sguardo si era fissato sembrava assumere nuove trasparenze, e fra i movimenti traslucidi mi sembrò di vedere immagini che evocavano quanto mi veniva raccontato, come le illustrazioni dei libri per ragazzi di altri tempi.

    D’un tratto le immagini sembrarono assumere una nuova vita, una nuova tonalità: i colori si facevano via via più vivi, e i contorni più netti.

    Era primavera. In quel momento la corrente di sensazioni e di pensieri si fece ancora più intensa, come una piena che avesse raggiunto la sua massima ampiezza. Con un lampo della mia coscienza seppi, o vidi, che il primo raggio del sole nascente si era levato, cadendo sul punto che stavo guardando, e donandogli una nuova vita luminosa, nella quale le immagini andavano formandosi ancora più vivide.

    “Scorri acqua, scorri”. Ancora molte cose mi furono dette e vidi. Intuii la forza delle acque, e la determinazione dei fiumi che nel corso di ere si scavano la strada verso il mare, la pazienza delle stille che scolpiscono colonne maestose nelle grotte più profonde, l’impeto purificatore delle piogge estive e la dolcezza delle acque che scorrono nei ruscelli come quello che stavo contemplando.

    D’un tratto la luminosità crebbe ancora, e con essa le immagini, e la voce delle acque. Fu un diapason di sensazioni, fino a quando divenni tutt’uno con l’elemento, e lasciai che immagini e suoni scorressero nella mia mente e nel mio spirito, abbandonando quanto di razionale ancora mi teneva ancorato all’idea che stessi vivendo un’allucinazione.

    In quel momento seppi, in modo analogo a prima, che il sole stava iniziando a illuminare la valle con l’interezza del suo splendore, e immagini e suoni si moltiplicarono in un crescendo che mi abbagliò, continuando però a mantenere il tono imperioso ma familiare e rassicurante che ormai conoscevo. In un’istante non ebbi occhi o orecchie o corpo, ma solo una percezione completa del mio essere, e della forza che mi stava attraversando, una sensazione che andava molto al di la della sola materia e del solo spirito.

    Poi fu la luce assoluta, e un rumore di fondo che non seppi definire.

    Era Primavera. Il primo suono che giunse alle mie orcchie fu un delicato sciacquio, che giungeva da poco distante. Mi mossi, lievemente intorpidito per la scomoda posizione mantenuta troppo a lungo. Mi guardai intorno e il sole era già alto. Dovevo essermi addormentato per la fatica del giorno precedente. Non ricordai subito quanto era avvenuto, ma fu sufficiente un rapido sguardo in direzione del ruscello perchè la memoria tornasse.

    L’istante dopo mi guardai intorno quasi spaesato. Fissare l’identico punto del ruscello non mi diede alcun giovamento o particolare esperienza, ma c’erà qualcosa, dentro di me, che mi sfuggiva e che non riuscivo a cogliere. Poi la parte razionale riprese il sopravvento e in quel momento tutto mi fu chiaro. Iniziai a ripensare a questioni ordinarie e a quotidiani problemi, e scoprii che riuscivo a farlo senza l’affanno e la tristezza che portavano con loro, come se dalla mia anima fosse stato levato un peso che da troppo tempo vi giaceva, come se il sedimento di anni di vita e tribolazioni più o meno intense fosse stato portato via dalla corrente.

    Era primavera. In una mattina di momenti fatati e strane alchimie il ruscello, o la sua semplice vicinanza, aveva lavato la mia anima, ridonandomi i miei attimi migliori.

    Non vi sono limti o confini alla forza del pensiero."

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